Crisi Inter: Spalletti sabato ha detto che aveva ragione il Mancio

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La crisi c’è

Il gol del Cholito  Simeone al  91 minuto di Fiorentina-Inter certifica che l’Inter non è più padrona del proprio destino: con 6 punti della Lazio tra Spal e Udinese, e con 4 punti della Roma tra Atalanta e Sampdoria, l’Inter è virtualmente al quinto posto in classifica e rischia di essere gia fuori dalla zona Champions. Sabato la squadra di Spalletti ha toccato un punto molto basso :Ranocchia cede ai problemi fisici già accusati in Inter-Lazio e Spalletti è costretto a difendere il prezioso 0-1 con una linea difensiva completamente improvvisata  formata da Nagatomo-Santon-Skriniar-Dalbert. Pessima la partita di Gagliardini, vergognosa quella di Joao Mario. Mai sosta fu più provvidenziale per quest’Inter convalescente, che alla ripresa si ritroverà di fronte un avversario diretto , la  Roma  di Di Francesco , sicuramente molto più forte di quella battuta alla fine di agosto nella seconda di campionato.

Lo sfogo di Spalletti

Nel post-partita, Luciano Spalletti è esploso: “È evidente che siamo pochi, è sotto gli occhi di tutti che non abbiamo completato la rosa: non abbiamo più i giocatori, Ranocchia non doveva neanche giocare, Nagatomo ha la febbre e Santon dolore al ginocchio. Sono finiti. Dovevamo fare mercato in estate, poi non si è più potuto fare perchè è uscito fuori un problema. Se fosse uscito un altro io avrei giocato con Nagatomo centrale: uso quelli che ho, non piango. La mi’ mamma ha 80 anni e sa che mi manca un centrale. Io non vengo qui a pararmi il culetto parlando di Suning, ma se serve gioco con Nagatomo centrale.”
Il tecnico di Certaldo è comprensibilmente nervoso, come chi si sente preso in giro da qualcuno che ha fatto delle promesse che non sono state mantenute e tocca a lui ora metterci la faccia: queste parole dovrebbero uscire dalla bocca dei dirigenti anzichè dover assistere ai sermoni settimanali di un Piero Ausilio ormai snervante che parla di rosa all’altezza per qualità e profondità per raggiungere l’obiettivo prefissato, così come quelle in conferenza di vigilia relative all’impossibilità di investire sul mercato dovrebbero uscire dalla bocca dei proprietari che invece se ne stanno beati a Nanchino e si limitano a postare fotografie di macchine lussuose.

La proprietà non supporta strategie di mercato

Qui non è questione di pretendere acquisti di livello internazionale, perchè l’Inter non ha l’appeal per poterseli permettere, ma di competenza e oculatezza nella costruzione della rosa: infortuni e squalifiche caratterizzano ogni stagione sportiva, vanno messi in conto. Se una proprietà non lo fa, o non mette in condizione di farlo dirigenti e allenatore, costringendolo a giocarsi il periodo clou della stagione con 3 centrali  in difesa, è semplicemente ingiustificabile. Davvero la strategia del magnifico business plan della “potenza di Suning” prevede affrontare le stagioni coi santini sul comodino? L’Inter 2017-2018 è costruita per affidarsi alla sfangata, in balìa della sorte.

Ed è qui che entra in gioco la dannosità, dell’apporto di Suning sull’Inter: questa rosa corta e non omogenea è figlia delle scellerate operazioni su Joao Mario-Gabigol, che hanno ulteriormente zavorrato i margini di manovra nerazzurri sul mercato e portato ad altre scelte sbagliate come, ad esempuo, investire le limitate risorse su Dalbert del Nizza. Tutto parte da lì: nell’estate dell’insediamento, Suning sceglie di affidarsi all’agente iraniano Kia Joorabchian e i suoi interessi, coadiuvato da un Thohir che premeva per allontanare Mancini, anzichè seguire un allenatore esperto che li aveva avvertiti. 

I motivi della rottura con il Mancio: divergenze  nelle selte di mercato

Nell’  agosto 2016 viene annunciata la risoluzione contrattuale con Mancini, che lamentava l’inesistente comunicazione con i proprietari cinesi e l’interruzione di tute le trattative fino a quel momento impostate, con l’AD Bolingbroke addirittura costretto a prendere un volo dall’America per andare a tranquillizzarlo. Il Mancio chiede di rinforzare la squadra, arrivata quarta realizzando comunque il miglior piazzamento dal 2011, con gli innesti di calciatori esperti e carismatici come Yaya Tourè e Kolarov, ma Suning gli propone Joao Mario e Barbosa -Gabigol. . Lo jesino manifesta disappunto, anche in conferenza stampa, quando definisce inutili gli innesti di un doppione di Brozovic e di un giovane brasiliano visto solo alle Olimpiadi. Per inciso, il brasiliano forte, Gabriel Jesus, finisce al City convinto da Pep Guardiola. Così Mancini, non disposto a mettere la faccia sul rendimento di una squadra che secondo lui non avrebbe fatto strada se gestita in quella direzione, decide di rifiutare il rinnovo proposto da Suning quando capisce che Zhang preferisce affidarsi a Kia con cui si era scontrato ai tempi del City (l’iraniano era l’agente di Tevez) e che Thohir gli rema contro per promuovere la candidatura del pupillo Frank De Boer, esonerato neanche 3 mesi dopo. La stagione dell’Inter è finita in partenza.

Spalletti eredita scelte sbagliate di Suning che il Mancio non condivideva

Il resto è storia nota: Joao Mario e Gabigol approdano all’Inter con esiti tragicomici, le casse nerazzurre piangono ed ecco spiegato il faticoso mercato estivo con Spalletti in panchina. Peccato che allora il Mancio fu etichettato come un vile che abbandonava la nave solo per capriccio, con conseguente esaltazione mediatica per “zio Zhang” e Kia, salvo poi oggi accorgersi che il primo è fermo al palo e il secondo è stato allontanato per manifesti danni.

Mancini non sarà un grandissimo allenatore dal punto di vista tattico e di gestione dello spogliatoio, come gli è stato rinfacciato da alcuni suoi ex giocatori ai tempi del City come Adebayor e Given, ma sui calciatori ci ha sempre visto lungo parecchio:

  • non è vero che chiese lui Jovetic e Ljajic: aveva chiesto uno tra Dybala e Salah, contattandoli personalmente, e Ivan Perisic per un 433 di livello assoluto;
  • Felipe Melo fu preso con l’intenzione di trasmettere grinta e cattiveria agonistica a un gruppo molle e indolente, e soprattutto solo dopo constatata l’impossibilità di arrivare a Tourè;
  • Eder fu preso per mancanza di alternative, con Ausilio che poteva trattare solo con il club amico della Sampdoria per ottenere agevolazioni in ottica FPF su mandato di Thohir;
  • Joao Miranda e Ivan Perisic arrivano all’Inter grazie a lui, che con l’aiuto di Taffarel convince il capitano del Brasile a lasciare l’Atlètico per diventare il leader della sua difesa, e si impunta per tutta la sessione estiva pur di avere il croato come ala tuttofare;
  • Shaqiri e Podolski? occasioni di gennaio per una squadra povera in ogni senso che all’epoca non poteva permettersi di meglio.

Insomma, Roberto Mancini non ha avuto il successo della prima esperienza nerazzurra nella seconda, e lo sapeva quando ha accettato di provare a risollevare l’Inter in un momento in cui molti al suo posto l’avrebbero rifiutata, e ha commesso i suoi errori, ma un tecnico in grado di riportare l’Inter e il Manchester City alle vittorie dopo anni di digiuno avrebbe meritato più attenzione nelle valutazioni di quel periodo. Periodo che l’Inter ancora oggi paga sulla sua pelle, e di cui Roberto fu ritenuto responsabile. Oggi Mancini meriterebbe quasi  delle scuse, perchè ieri anche Spalletti ha spiattellato la verità in faccia a chi ancora la vuole negare: Suning, non è questa la strada per portare l’inter ai fasti di sette anni fa.

Roberto Berzsenyi

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